E’ possibile parlare di Catania senza nominare dirigenti, allenatore e calciatori? Noi ci proviamo, perché l’1 gennaio è il primo dell’anno, si riparte da zero o quasi, si resettano gioie e dolori e si guarda al futuro con rinnovato ottimismo. Ci sarà tempo e modo di criticare, nell’accezione semantica greca di “giudicare”, con massimo rispetto e onestà intellettuale, l’operato di tutte le componenti rossazzurre nel corso dei cinque mesi in cui si dipanerà l’ultimo scorcio di stagione in Lega Pro.
Eppure si può parlare di Catania senza parlare di Catania anche adesso, a bocce ferme, ma solo per le prossime 48 ore, prima dell’allenamento che inaugurerà il 2016 e prima di menare le danze del valzer di mercato.
Ripartiamo, sicuramente, da un numero: 2016. I numeri affascinano e rievocano inesorabilmente vecchi e freschi ricordi.
“Due”, ad esempio, sono gli anni trascorsi dall’ultima partita in A allo stadio “Dall’Ara” di Bologna dove l’unica vittoria esterna (1-2) coincise comunque con il commiato dalla massima serie.
Lo “zero”, invece, ci riproietta all’attualità: il Catania non ha mai vinto contro le “big” duranta la stagione in corso: 0-0 con Lecce, Cosenza, Messina e Foggia, sconfitta a Caserta (2-0), stop interno col Benevento (1-3).
“L’uno”, invece, lo lasciamo ai più ottimisti. Il Catania, senza i 9 punti di penalizzazione iniziale poi incrementati a 11, sarebbe stato primo in classifica nel primo scorcio di campionato. Poco male: oggi sarebbe in piena lotta playoff a pari punti con il Cosenza.
Ma è il numero “6” a rappresentare fedelmente il momento storico rossazzurro. Sei sono i pareggi, forse troppi, che producendo uno sforzo in più avrebbero potuto trasformarsi in vittorie e regalare, oltre alla scontata gioia dei tifosi, acque più calme di classifica. Sei è il gemello siamese di quattro, nell’anno di grazia 1946, che diede i natali al club etneo esattamente 70 anni fa. Nel ventre dell’arzilla signora rossazzurra sembra ancora ardere il fuoco lavico mentre a stemperarne l’indole interviene, spesso e volentieri, la “liscìa” tipica catanese che ne attutisce la tempra fumantina. Meglio così, soprattutto se ci si imbatte, al bar o davanti al portone di casa, nel solito vicino che se ne esce con il topos rossazzurro più comune e odioso: “C’ama fari cu stu Catania”. Lì, per esempio, sfoderiamo la proverbiale liscìa per difenderci dall’ovvietà. Il sei indica la sufficienza, che non basterebbe a centrare, innanzitutto, la salvezza. Dati alla mano, tra alti e bassi, i rossazzurri hanno disputato finora una prima parte di stagione da 8 in pagella, con scivoloni da 4, e “galleggiamenti” da 6: la media è da sufficienza esatta. Ai più maliziosi, con mire esoteriche, viene in mente persino il diavolo. Quel “6”, triplicato graficamente, è il “numero della bestia” per il Nuovo Testamento. I rossazzurri, che si sono sentiti defraudati prima dalla Serie A, poi dalla B in seguito alle diavolerie di qualcuno (e qui ci troviamo d’accordo con gli esoterici), bramano vendetta.
Durante la stagione, ci divertiremo ad attribuire significati ai numeri. Diremo, magari, che 2 sono stati gli acquisti durante il calciomercato di gennaio, 0 le sconfitte interne, 1 sola in trasferta e 6 le vittorie consecutive in campionato. Ci piace essere ottimisti.


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