“Movesi il vecchierel canuto e bianco del dolce loco ov’ha sua età fornita e da la famigliuola sbigottita che vede il caro padre venir manco”.
No, stavolta non esordiamo con le dichiarazioni post-partita di mister Pino Rigoli o di Pietro Lo Monaco ma iniziamo da Petrarca, e dal suo sedicesimo sonetto tratto da il “Canzoniere”. Il vecchietto di cui parla, bianco e pallido in viso, si muove dai dolci luoghi della sua memoria, dove è cresciuto cullato dall’amore della sua famiglia, atterrita dalla scomparsa del padre.
Anziano è “il vecchierel” petrarchesco, anziano è anche il Catania, la cui città è signora di Sicilia ma la cui squadra, appunto il Calcio Catania, è un vecchietto ancora arzillo che si affaccia alla terza età, cullato da una famiglia composta da centinaia di nipotini di fede rossazzurra ma il cui padre non morirà mai.
Non un soggetto ma un’entità che sfocia quasi sul metafisico se non altro se intendiamo spiegare l’amore e la passione verso questi colori come una verità assoluta e inspiegabile attraverso l’esperienza perché viscerale, innata. Il papà del nostro Catania è tutto il tifo rossazzurro, è l’insieme dei nipoti che compongono una famiglia di fatto che vive tra le mura del “Massimino”, l’antica dimora “Cibali”, poi ammodernata per tenere il passo coi tempi talvolta con giustificata fatica, claudicante qua e là nel corso dei decenni, man mano che il restyling si faceva più corposo con non pochi ostacoli annosi e anagrafici da sormontare. Infine ce l’ha fatta il “Massimino” a cullare ancora il suo vecchierel rossazzurro non troppo anziano ma nemmeno troppo giovane.
Sono settanta le candeline, su cui centinaia di migliaia di tifosi catanesi non hanno mai smesso di soffiare fin dall’amato anno di fondazione, il 1946. Un soffio deciso ma delicato che sembra voler accompagnare dolcemente una fiamma che accende i cuori dei cittadini etnei da sette decenni. Troppo scontato pensare a una torta a tema rossazzurro con settanta candeline e uno scudetto gigantesco che ricopre la quasi totalità della base di pan di spagna. Proviamo a immaginarla grande quanto il manto erboso del “Massimino”, fino a ricoprirlo totalmente e a diversi ripiani, a partire da quello inferiore, con cioccolato fuso e panna, che richiami il bianco e nero che tinteggiava le prime gesta degli eroi dei nostri padri, dei nostri nonni. Poi il secondo ripiano a colori ma ingiallito dal tempo, in crema di limone, con soggetti in marzapane. Ci trovi sopra Angelo Massimino in giacca e cravatta come spesso appariva, quasi a voler festeggiare con eleganza questo importante compleanno. Quarantamila statuette di zucchero non entrerebbero neppure su un ripiano grande quasi quanto il manto del “Massimino”, così le immaginiamo raffigurate da migliaia di gocce di cioccolato, ad impreziosire il secondo ripiano, e a ricordarci l’invasione de “l’Olimpico” da parte dei tifosi etnei accorsi sugli spalti capitolini per assistere agli spareggi che regalarono la Serie A in quel 25 giugno 1983 scolpito nella memoria di chi c’era e anche di chi non c’era perché se l’immaginazione e la realtà finiscono col confondersi abbiamo la percezione di aver vissuto persino il surreale. E quei numeri, di reale, hanno davvero ben poco. Roba da catanesi, non ce ne vogliano gli altri.
Al terzo piano della nostra torta, con ventimila invitati ad ammirarla e gustarla dagli spalti ecco Pietro Lo Monaco e Nino Pulvirenti, in una posa felice dopo la promozione storica del 2006, perché l’onore storico è già scritto e non si può macchiare a ritroso. Man mano che “prendiamo l’ascensore”, i ripiani si rimpiccioliscono. Ecco il quarto ed ultimo: non vi sono statuette in zucchero, ma una delicata glassa alla fragola intervallata da strisce verticali di colla di pesce, ovviamente azzurre. Il “7” e lo “0” svettano, ma chi potrebbe arrivare lassù per accendere le candeline? Non occorre, sono già accese, da settanta anni migliaia di tifosi soffiano sulle fiamme non certo per estinguerle ma per alimentarle come un vento di passione, come una respirazione bocca a bocca che regala l’eterno soffio vitale. Buon compleanno Catania: il vecchierel del Petrarca era “canuto e bianco”, il nostro è rosso e azzurro per questo, forse, non invecchia mai come la lava che si rigenera dalle bocche dell’Etna e come il mare che fluttua nei secoli…


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