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28 maggio – Dal 2006 al 2016: Un urlo nella notte, nei 10 anni di Catania

28 maggio – Dal 2006 al 2016: Un urlo nella notte, nei 10 anni di Catania

“Luci al Massimino“, la dovrebbe riscrivere Vecchioni. In quel pomeriggio, perchè che c’è di strano siamo stati tutti là?!
Chi se lo scorda il gioco dentro la nebbia, e tu Catania, che ti nascondi, se vieni trovata prima o poi l’amore rifiorisce. O almeno dovrebbe, la voglia c’è, anche se forse la speranza non basta, il realismo degli anni ’80 di Vecchioni porta a suggerire che “luci“, in quello stadio, non ne accenderanno più per un po’.

Triste, malinconico ricordo di un passato che non può tornare, per Vecchioni e forse anche per la vita. Ritornare sul gradino più alto della tua storia, mentre sguazzi a più non posso per non affondare nella palude di una categoria che non ti appartiene, ma che ti ha schiaffeggiato, volente o nolente. Eppure ogni amarcord, ogni ricordo, ogni partita storica, ogni vittoria di Simeone, o miracolo di Giampaolo e Maran è una coltellata allo stomaco per chi in passato rappresentava dei colori che ora son così tanto stropicciati da risultar sbiaditi. No, il 28 maggio allora fa quasi male.
Fa quasi male da veder tutta quella gente abbracciata attorno ad una squadra, diventata il simbolo della Catania che vuole emergere. Quasi come un “tempo delle mele”, brucia negli occhi quel ricordo, di Del Core che si invola su una pennellata di Caserta per fare impazzire un Cibali pulsante e piangente come poche volte nella sua storia, soprattutto recente. Un urlo. Un boato. Una gioia si levò, in alto fino a sognare mete mai pensate. Si levò, liberandosi dagli inferni e purgatori nei quali era stata costretta a peregrinare per espiare spesso colpe non sue. Si levò in una città in lacrime dalla gioia, in tutte le piazze tappezzata di cuori che sventolavano vessilli con orgoglio e fierezza. Gli stessi che oggi, per lo più, stanno chiusi in un cassetto. Magari impolverati. Atrofizzati. Aridi, come la terra calpestata oggi in una città che grida sì come un tempo, ma non per gioia o esaltazione, ma per rabbia e disperazione, anche se fa il concetto sempre rima con “amore”. Un urlo di gioia, un urlo di frenesia in quel 28 maggio di 10 anni fa, dove l’Albinoleffe si trasformò in vittima sacrificale pronto a stendere il tappeto rosso subito dopo esser stato battuto. Un tappeto che portava in Serie A, ma che oggi resta un ricordo quasi ingombrante di “luci al Massimino” che forse, aveva ragione Vecchioni, non ne accenderanno più.

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