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L’urgenza di un “reset” tra alibi, finali e superbia…

L’urgenza di un “reset” tra alibi, finali e superbia…

Se dieci erano le finali dall’arrivo di Moriero, adesso sono diventate otto da quando il tecnico siede sulla panchina del Catania, senza che la classifica o i dati recenti siano stati stravolti o mutati in qualche modo. Martina Franca e Juve Stabia, non di certo Barcellona o Real Madrid intendiamoci, ad intimidire le pallide velleità di una formazione con le idee più confuse che persuase prima, e troppo labili poi. Chiaro è che i capi d’accusa non possono essere imputati al povero ricciolo Moriero, che dal canto suo le sta provando tutte per far sì che la barca non affondi a picco. Già, perché l’anti-schettiniano allenatore del Catania ha raccolto l’eredità di una gestione deleteria, caratterizzata di alibi, sfortune ed episodi volti ad inquinare i padiglioni auricolari di chi settimanalmente ascoltava scuse su scuse di una visione ben diversa dalla realtà. Già perché oggi il Catania ha 26 punti e la realtà è che per salvarsi ne serviranno almeno 38, e con ciò almeno 4 vittorie nel doppio delle gare restanti per alimentare la possibilità di centrare la permanenza in categoria, senza passare da meandri letamosi e di ignota destinazione chiamati play-out. No, il rischio è troppo grande, pure per chi di rischi ne ha vissuti moltissimi in questi anni. Rimboccarsi le maniche e lavorare, sembra un ritornello da bambini più che una ricetta, eppure dentro è contenuta la chiave per il risultato. Semplicità, che Moriero sta provando a riportare in un gruppo forse troppo superbo per suonare nei piani bassi del palazzo in cui però è rintanato perché l’ascensore è rotto e la ripida risalita “stile Akragas” ormai è impossibile. Già proprio i cuginetti piccoli, ieri guardati con un sorrisino quasi altezzoso sguazzare nelle viscere di un calcio fatto di fango e palloni sporchi, domani osservati con timore e col rischio di subire l’ennesima sconfitta stagionale contro una squadra che sta bene proprio dopo il cambio di allenatore, complici 7 vittorie e 1 sola sconfitta. Roba da capogiro se si pensa che per oltre il doppio di quelle giornate il Catania ha totalizzato solo 3 succisi (in 18 giornate), scartando e lastricando ogni pallido tentativo di rimonta, di riavvicinamento col pubblico e minando la stessa permanenza in categoria. Adesso non resta che far punti, senza tormentarsi di scuse “pancariane”, senz’alibi nè sfortuna. Perché adesso le finali sono diventate 8 a disposizione, e non vorremmo che domani diventassero 7 e poi 6, con tanti rammarichi e con la consapevolezza di aver potuto fare di più. La strada non è compromessa, ma tuttavia non è semplice. I punti arriveranno, forse, almeno qualcuno ne è convinto. Però di certo la squadra vista negli ultimi mesi si è cullata tanto di questa convinzione, diventando incapace di trasformare le intenzioni in fatti, applicando piuttosto il contrario. La voglia di terminare la stagione è di sicuro maggiore di quella della salvezza stessa. Una salvezza che metterebbe definitivamente fine e suonerebbe come un “reset” alle agonie dell’ultime biennio. Una salvezza che però non cascherà mai dal cielo, ma passerà per le 8 finali che non possono essere sbagliate, ma solo giocate con la consapevolezza e la responsabilità di portare sopra il petto strisce ricamate nella passione di una città, che ad oggi vuol vedere solo la luce alla fine di un buio tunnel quasi senza fine.

Foto da: Filippo Galtieri / calciocatania.it

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